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I libri: Il Blues & il Graal

Musica Amore Mio - Il Blues & Il Graal - Tempo Spettinato - Sciarada

La Porta di Samain - Le Rune di Mygradyn - L'Ombra del Graal - Rime e Canzoni

Novantesimi Minuti - Poesie - Inediti 

 

Foto: Barbara Nervo

 

Copertina: LC graphica

 

Edizioni Triskel, 2004

Il Blues & Il Graal

 

E' il seguito di 'Musica Amore Mio' e narra, attraverso i cosiddetti "90esimi minuti", ovvero il commento a caldo, in chiave ironica, di eventi, concerti, riflessioni, l'epopea dei BlueStyle, nonché dei suoi intrecci e contatti con altri personaggi e musicisti, in particolare il Laboratorio Musicale del Graal (gruppo torinese di musica celtica con cui si sono scambiate esperienze negli anni 2000-2005).

 

Hanno detto:

"Franco Nervo non fa rimbiangere Franco Baresi" (Aldo Biscardi)

"Franco Nervo riassume e supera Destra e Sinistra" (Michele Santoro)

"Il libro emana una convinta spiritualità a cui non ci si può sottrarre" (Rocco Buttiglione)

"Prima di compiere le mie scelte più sofferte ho aperto a caso il libro di Nervo Franco per trarne ispirazione:

 c'azzecca sempre!" (Antonio Di Pietro)

"Il libro di Franco mi ha aiutata in momenti molto, molto difficili" (Valeria Marini)

"Minchia, `sto Franz, è tosto `na cifra!" (Sabbry)

 

Ecco una selezione da alcuni capitoli/90esimi.

 

 

STELLE CADENTI E STELLE NASCENTI

Siamo lì, alle 2 di notte, con il naso all'aria e il cuore in tumulto a scrutare il cielo nero e brillante solcato da decine e decine di stelle cadenti. Ha cominciato Marcello a individuarne una, spiegandoci che questa notte, con apice alle tre, il cielo ospiterà i frammenti di una cometa di passaggio.

Gli altri Bluestylers sono rimasti affascinati da questo spettacolo, mai visto prima: ce ne sono di tutti i tipi, piccole cicatrici luminose appena accennate nel velluto del cielo e giganteschi fanali che si fanno largo a spallate fra le aristocratiche stelle fisse lasciando una scia larga e duratura. Mi ricordano le tracce lasciate da neutrini, neutroni e raggi alfa nel laboratorio della mia adolescenza di studente nucleare.

Gianmaria è affascinato e continua a ripetere che lui non aveva mai visto una stella cadente e Marcello, goliardico e cameratesco, rincara la dose: "Vedi, è un momento unico, storico. Quando sarai vecchio potrai dire ai tuoi nipoti che quella notte eri là, insieme a quattro piciu..." ma io lo correggo subito: "Insieme ad altri quattro piciu..." perché non vorrei mai che il ragazzo, così giovane, si montasse la testa.

Marco insegue ogni lampo e, come da copione, ad ognuno esprime un desiderio elencando ogni tipo e marca di chitarra conosciuta. Poi qualcuno insinua che fra i desideri inconfessati ci può anche stare il gentil sesso e qualcun altro (lo si capisce dallo sguardo sognante) probabilmente ha in mente qualcuno in particolare. È un crocevia magico: la campagna silenziosa e nera, il cielo "butterato di stelle", come diceva Peter O' Toole/Enrico II ne "Il Leone d'Inverno", l'amicizia spaccona e genuina fra cinque maschietti di vario pelo e le orecchie ancora ronzanti del concerto appena finito.

 

DUE CANCRI PER LONDRA

Toccò a Fulvio la trattativa alberghiera, premesso che il nostro obbiettivo, nella costosissima Londra, era risparmiare il più possibile. Da un iniziale prezzo, da noi rifiutato, si passò ad una contro-proposta che giudicammo vantaggiosa. Quanto vi fermate? chiese il sorridente indù. Quattro notti... quindi quattroperquaranta.... ehmmmm. Giunto finalmente allo stupefacente risultato di centosessanta sterline, tese la mano. Li vuoi subito? chiedemmo perplessi. Lui disse sì. Senza manco farci vedere la stanza? insistemmo noi. Lui disse sì. Io cercai qualche ulteriore elemento di discussione e chiesi: ma la colazione è di tipo inglese o continentale? Lui disse sì. A questo punto, scoraggiati e stanchi, gli mettemmo in mano il pattuito. Lui ci chiese se preferivamo letto matrimoniale o letti singoli. Singoli, singoli, e muoviti, dài! Le scale erano ripidissime. La stanza era al secondo piano. Eccoci.

Fulvio ed io siamo avvezzi al campeggio e quindi trovarci in una stanza un po' più piccola della mia roulottina Lilliput non ci sconvolse più di tanto. Due letti, un lavabo, una sedia, un piano d'appoggio, un televisore, un bollitore. Il bagno era nel corridoio e c'era solo l'oggetto essenziale, tolto il quale ridiventava uno sgabuzzino per le scope. L'amico ci fece notare che, comunque, se volevamo, i due letti si potevano unire. Noi lo mandammo a quel paese e depositammo bagagli e membra in quel piccolo paradiso.

 

DARJAVAUSCH IL GRANDE

Nel 1802 la decifrazione dei caratteri cuneiformi persiani era arrivata ad un punto morto, quando Grotefend, esaminando due iscrizioni sul portale del palazzo reale di Persepoli, intuì che una serie di caratteri ripetuti potevano significare "grande sovrano, re dei re". La sequenza precedente, pertanto, doveva rappresentare i nomi dei due sovrani citati. Ulteriori osservazioni lo convinsero che nelle iscrizioni era indicato anche il nome del genitore del re, in un caso anch'esso accompagnato da simboli regali, ma nell'altro caso, no. Vale a dire che si stava parlando di tre persone, nonno, padre e figlio, di cui gli ultimi due erano re, ma non il primo. A questo punto, se si fosse identificata la triade, si sarebbe potuto finalmente associare ai caratteri cuneiformi la loro pronuncia. Grotefeld analizzò quanto si sapeva della storia persiana. La sequenza Cambise-Ciro-Cambise soddisfaceva uno dei postulati (il primo Cambise non era stato re, mentre l'omonimo nipote sì), ma non andava bene poichè i tre nomi (cioè le tre sequenze di caratteri sull'iscrizione) apparivano tutti e tre diversi fra loro. Istape-Dario-Serse, invece funzionava. Naturalmente Grotefeld non si aspettava di trovare la forma greco-latina "Darius" e trovò invece ispirazione nella forma ebraica "Darejavesh", per concludere che la pronuncia persiana era "Darjavausch". L'iscrizione quindi comprendeva la frase: "Dario, gran re, re dei re, figlio d'Istape" e poi: "Serse, gran re, re dei re, figlio del re Dario" e da questo mirabile spunto di intuizione iniziò la decifrazione dei caratteri cuneiformi.

Anche i BlueStyle hanno il loro Dario il Grande che, invece di brandire scettri e spade, combatte con bacchette, mazzuoli e spazzole.

 

DIAMONDS IN THE SKY

Le Pleiadi. Sin da ragazzo sono stato affascinato da quel gruppetto di stelle a forma di diamante, agglomerato minuscolo se paragonato alle mastodontiche costellazioni zodiacali, ai due carri, a Orione, che si contendono i vasti campi empirei. Piccolo, eppure così suggestivo, intimo, intrigante. D'inverno erano poche le occasioni di scrutare il cielo notturno schiacciato fra gli alveari urbani e disturbato dalle maleducate luci della città e del progresso. Era d'estate, quindi, che il mio occhio cercava in alto quelle antiche geometrie. Epperò le Pleiadi, timide e riservate, d'estate non apparivano che a notte fonda. Così, in rare occasioni, rubavo ore al sonno per attendere, vigile e impaziente sentinella, che il Grande Frassino ruotasse sul suo asse trascinando con sé cielo e terra fino a far apparire quel simbolo di libertà e bellezza. Me le ricordo ancora, elevarsi al di sopra degli scuri alberi svettanti sulla montagna di fronte al mio balcone, lassù in Val di Lanzo, in un'epoca in cui i Beatles stavano lottando per il loro primo disco d'oro ed io lottavo per capire chi fossi.

 

LA DANZA DEL FUOCO DEL DRAGO

Il cerchio di tamburi scuote e pervade la notte. Le fiamme si alzano alte nel buio. Milioni di scintille si liberano fulminee dal legno infuocato e danzano capricciose per un breve istante, disegnando sul velluto della notte sinuose traiettorie per poi accettare con fierezza la loro grigia sorte.

Il drago si sveglia. Prima si manifesta con il suo respiro infuocato. Poi lancia un urlo, che è per metà dichiarazione di guerra e per metà lamento e subito si fonde con il suono della cornamusa e a questa si sovrappone il grido liberatorio dei suonatori e degli officianti.

E' Belthane, festa del risveglio, festa d'estate, festa del drago, simbolo di rinascita e dell'eterno ciclo pulsante delle stagioni. Alla compassata e raccolta meditazione di Samain si è sostituita una sfacciata e vitale gioia che si manifesta nelle incessanti danze intorno all'alto falò. Giovani sacerdotesse seminude, ebbre di idromele, volteggiano instancabili, unendosi e sciogliendosi, saltando e piroettando.

I cani si uniscono con i loro latrati all'eccitazione generale.

I gatti scrutano da ragionata distanza, vigili e sospettosi.

L'imponente druido, che ha autorevolmente guidato la cerimonia di avvio della celebrazione, con la sua voce possente dirige e coordina i vari episodi.

Un impavido guerriero, dalla chioma infuocata, sfida e stuzzica il rogo, accrescendone la rabbia e la potenza.

Un canuto bardo, che da tempo ha abdicato alle danze, osserva e memorizza. Toccherà a lui narrare e tramandare questa notte. Per chi non c'era e per chi non sa. Per chi ci sarà e raccoglierà il testimone della memoria degli antichi riti, dell'antico patto (ora così fragile) fra l'uomo e la natura.

Per chi vorrà e saprà ancora onorare e celebrare Belthane, la festa della vita.

 

COS'E' RIMASTO?

(Il concerto dell'Isola di Wight - 1970)

Trent'anni mi passano davanti agli occhi e confronto con sentimenti contrastanti i sogni sgangherati, le illusioni, le utopie, le follie, le speranze, la rabbia di allora con la nostra situazione di adesso. Siamo più ricchi, ma anche più poveri; più realisti e legalitari, ma di fatto sconfitti, con i sogni che si chiamano solo più "posto di lavoro", "tasse sopportabili", "sicurezza per le strade", "sconfiggere l'AIDS", "entrare in Europa". Mi chiedo: cosa è rimasto di quei sogni, della voglia di cambiare il mondo, di cambiare il sistema, di vivere in modo più vero, meno mercantile, più spontaneo. Cosa è rimasto?

Mentre mi faccio questa domanda guardo Alvin Lee che corre veloce sulla tastiera della sua chitarra e Roger Chapman dei Family che canta come in preda ad una trance, ondeggiando e scuotendosi ritmicamente, e Keith Emerson, cialtrone e ironico, che scuote il suo moog piantandogli coltelli fra i tasti e Joni Mitchell che canta e piange e Miles Davis che vola alto, altissimo sopra tutto e tutti e Jimi che si accovaccia con la Stratocaster fra le gambe per la sua ultima cavalcata e Jim Morrison che ci avverte tetro che è "la fine".

È vero: di quelli che si trovarono su quel palco sono scomparsi (e malamente, e troppo presto) in tanti: Jim, Jimi, Miles, Keith Moon degli Who, Rory Gallagher dei Taste, Paul Kossof dei Free e ancora altri. Ma la danza, il rito, lo sfogo, la corsa, il grido non finiranno mai. La Musica è rimasta. Quella è sempre la stessa e nessuno è stato capace di toglierla. Non ce la toglieranno mai.

 

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